Il 25 settembre 2020 è stato pubblicato “Vecchie cicatrici”, brillante debut album di Robbè, edito da Beta produzioni e distribuito da Artist first, disponibile all’ascolto su tutti i digital stores, in formato fisico e t-shirt indossabile Nufaco.

In un panorama musicale fatto di emozioni “mordi e fuggi”, Robbè si presenta al pubblico con un album di ben 12 brani, denso e stilisticamente ricco, in un originale vortice di malinconie ed eccentricità che lascia spazio a intensi attimi di respiro.

Da buon “artigiano della musica”, Robbè elabora emozioni e nostalgie con minuziosa cura e raffinata attenzione, cesellandone ogni dettaglio.

L’album è stato anticipato dal video-singolo “Vorrei vivere al mare”, diretto da Martyna Walczak e girato nella cittadina polacca di Lodz con la fotografia di Giovanni Cimarosti ed il montaggio di Aleksandra Kasprowicz ed André Vitor Tavares.

Abbiamo voluto approfondire insieme a lui un album che, a dispetto delle mode del momento, va positivamente controcorrente.

Ciao Roberto e benvenuto su Indieitaliano. Vecchie cicatrici è un album dalla forte contaminazione culturale, in cui le tipiche fisarmoniche del Sud Italia si fondono al fiddle irlandese, in un melting pot musicale che parte dalla Daunia per arrivare al cielo di Dublino, trovando nel folk il proprio fil rouge. Una contaminazione che parte da esperienze personali, dai tanti viaggi e dalla tua formazione. Basterebbe ascoltare “Artigiano della musica” per farsi un’idea un po’ più precisa su di te, ma per chi non ha ancora ascoltato il disco, vuoi raccontarci come nasce il “calderone Robbè”?

Nasce esattamente come l’hai descritto, girando e scoprendo posti nuovi, persone diverse e musiche diverse. Alla base di tutto ci sono le relazioni umane, sia interpersonali che con il me stesso interiore che oggi giorno decide di arrovellarmi il cervello con dubbi, problemi e riflessioni. Poi vengono i luoghi con i loro elementi tipici, la terra e il mare, l’aria che si respira, la natura circostante: ciò che li ha resi speciali e significativi, però, è la componente umana, chi c’è o c’era a viverli insieme.

Il disco è caratterizzato da un alone apparentemente nostalgico, ravvisabile fin dalla copertina di Serena De Carolis, che forse racchiude i tuoi luoghi dell’anima. Possiamo dire che sia proprio la nostalgia di luoghi, esperienze e persone, ad avere un ruolo preminente nella tua scrittura?

Io penso che la nostalgia sia forse più di facciata, come hai detto tu “apparentemente nostalgico”. Non sto qui a negare che ci sia della nostalgia nelle canzoni, ma penso che questa nostalgia sia più che altro la scusa buona per dire tante altre cose. Bisogna avere tempo e voglia di scavare un po’ più a fondo, ma potrebbero venire fuori cose che vanno ben oltre la semplice nostalgia.

Oltre ai suoni si fondono anche le lingue, come nel caso di “Criatur”, penultima traccia del disco, scritta interamente nel dialetto del tuo paese, Deliceto. Nonostante la specifica connotazione linguistica, il brano affronta un tema universale, quello dei diritti dell’infanzia. Il dialetto come linguaggio del mondo intero, dunque, che pare voglia fungere da strumento di denuncia più graffiante e diretto. E’ così? Come mai hai deciso di cantare questo tema?

Il tema mi ha colpito particolarmente quando mi hanno raccontato di un’intervista ad una ragazza di un campo profughi nel nord-ovest dell’Uganda, che parlava di come questo campo fosse diventato negli anni la casa di tanti bambini, nati nel campo stesso o arrivati da piccolissimi e cresciuti senza una famiglia e senza avere neanche un indizio sulle loro origini. 

Il dialetto per cantare una tematica di così ampia portata globale è, secondo me, un segnale che viene dal profondo, poiché l’ho sempre considerato come la mia prima lingua, quella nativa e quella del cuore, dell’anima: è un grido ancestrale che cancella i confini geografici per fare spazio all’empatia con i nostri simili.

L’album è stato anticipato dal singolo “Vorrei vivere al mare”, accompagnato dal videoclip realizzato da una troupe per metà italiana e per metà polacca, capitanata dalla videomaker Martyna Walczak. Ci racconti come è nato questo ennesimo e proficuo scambio interculturale?

Io e Martyna ci siamo conosciuti quattro anni fa, quando lei era in Erasmus in Italia ed io ero appena ritornato dall’Irlanda. Tramite Couchsurfing, si è ritrovata a dormire per qualche notte sul divano di camera mia a Bologna e da lì abbiamo stretto una grande amicizia che è perdurata negli anni. Quando le ho scritto per chiederle qualche consiglio sul video, lei si è proposta di occuparsene personalmente e così è stato: adesso aspettiamo soltanto il tour polacco (questa è un’idea folle che lei propone da anni)!

Nell’album sei accompagnato dal violino di Elena Mirandola, dalla fisarmonica di Simone Lamusta, dalla chitarra e dal basso di Fausto De Bellis e dalle percussioni di Francesco Praino. Come vi siete incontrati e come è nata la voglia di lavorare insieme? Ci sono altre persone che dobbiamo ringraziare?

Sono stati tutti incontri diversi: il primo di tutti è stato Simone, quando cercavo disperatamente un fisarmonicista (merce rara a Bologna), tramite amici in comune e secondo me l’ho fatto innamorare quando ha sentito “Ilenia”. Poi, ad un concerto di Santino Cardamone, in cui io ero l’apertura e lui il batterista del gruppo principale, ho conosciuto Praino. È stato lui che, mesi dopo, quando ero in cerca di un produttore, mi ha presentato Fausto. Elena è stata l’ultima arrivata, invece: io e Simone eravamo ad un concerto ed in quel periodo cercavamo un violinista; fortuna ha voluto che la violinista che suonava quella sera si era fatta prestare il violino da Elena, che, a fine serata, con tanto di custodia in spalla, è stata avvicinata da due baldi giovani con la domanda più stupida che si potesse fare in qual momento: “Scusa, ma tu suoni il violino?”. Un altro ringraziamento, invece, va a Enrico Ornielli del Muxland Studio, dove abbiamo registrato le batteria del disco.

Cosa ha ascoltato Robbè, prima di arrivare a “Vecchie cicatrici”?

Sicuramente tanto cantautorato italiano: De André, Guccini, De Gregori, Dalla, ma anche Branduardi, Capossela e via dicendo. Poi un’altra buona dose di folk e folk-rock, tra tutti Cisco e i Modena City Ramblers, la Riserva Moac e i Ratti della Sabina. Da non dimenticare sicuramente il mio periodo Doors: ero ossessionato, ascoltavo solo loro.

Nel 2019 hai aperto il concerto bolognese di una storica formazione musicale, quella dei Folkabbestia. Senz’altro una bella soddisfazione. Come è nato il tuo rapporto con loro? Con chi ti piacerebbe collaborare o condividere il palco, in futuro?

In realtà non li conoscevo in precedenza, conoscevo solo alcuni membri, però è stata sicuramente una bella esperienza ed una bella soddisfazione.

Per quanto riguarda la seconda domanda ti rispondo di getto, con i primi che mi vengono in mente senza doverci riflettere: Capossela, Mannarino e Brunori.

Musica, nostalgia, introspezione, paesi, sentimenti, crescita, elaborazione, denuncia, danza, sudore…cosa abbiamo dimenticato tra le parole chiave di “Vecchie cicatrici”?

Ho letto l’elenco già troppe volte ed ogni volta pensavo di aver trovato una parola chiave mancante, per poi ritrovarla nella lettura successiva…basta, mi arrendo, avete vinto voi, ci sono tutte!

Sappiamo della prossima pubblicazione di un nuovo video-singolo. Ci anticipi qualcosa?

Posso anticiparvi che stavolta mi tocca metterci la faccia, ma per fortuna sarò in ottima compagni, e che il video probabilmente uscirà ad inizio novembre: quindi ancora un po’ di attesa, poi potrete vedere tutti il frutto del nostro lavoro.